mercoledì 2 novembre 2011
Indiana Jones (di Daniela PROTTI)
lunedì 12 luglio 2010
Giorno di Messa - Il prezzemolo del martedì (di Daniela PROTTI)
Prologo
È velenoso per gatti, pappagalli e piccoli animali in genere, che infatti di norma evitano di cibarsene.
Ora, io non ho mai pensato di essere una gatto, neppure un pappagallo…e per il “piccolo animale in genere”, credo di avere un problema di dimensioni. Qualunque animale io sia, so con certezza che il prezzemolo mi fa male, e la storia che segue, ne è la riprova.
Dico riprova, perché so da anni, di avere questa…chiamiamola intolleranza, via: la verità è che se mangio qualche pietanza contenente questa apprezzatissima erba, io sto male davvero. A parte i “normali” sintomi da avvelenamento, l’effetto più disastroso sono le allucinazioni; più o meno mi fa l’effetto di una siringa di LSD formato famiglia, ecco! Per questo motivo, sto attentissima a evitarlo, e tutto è andato bene, fino a martedì…
Ma la mia storia inizia di sabato…
Sabato scorso, appunto, arrivai al paese dove da anni trascorro le mie (esigue) vacanze. Mentre, disfatti i bagagli mi riposavo sul dondolo, in attesa del pranzo, arrivò una comitiva di ciclisti, capitanata dal proprietario dell’albergo che mi ospita; passarono tutti in sala da pranzo, erano molto allegri e davvero tanti, per cui dovetti poi far alzare un signore da tavola, per poter uscire.
La sera, decisi di recarmi alla Messa prefestiva, ed essendo arrivata con qualche minuto di anticipo, vidi arrivare proprio l’uomo che avevo scomodato durante il pranzo; in jeans e Lacoste verde, capelli piuttosto lunghi, sui quaranta, salì sull’altare e si diede a disporre il necessario per la funzione.
La chiesa si andava riempiendo, e io guardavo quello che faceva, chiedendomi se fosse un giovane sagrestano o un chierichetto un po’ stagionato; poi sparì dietro l’altare, per riapparire dopo qualche minuto vestito da…era il parroco!
Esordì con: “Scusate se oggi sono un po’ rincoglionito, ma dopo la corsa in bici, sono stanchissimo…” E passò senz’altro a raccontare della gita, della corsa e della collaborazione tra i compagni. Devo dire che un prete così è sicuramente un personaggio interessante, e iniziò a balenarmi l’idea, visti i miei burrascosi precedenti religiosi, di farci un giorno quattro chiacchiere. La Messa finì prima che me rendessi conto, e me ne tornai allegramente in albergo, ripromettendomi di tornarci appena possibile, per fare qualche domanda a questo originalissimo Parroco.
Il giorno fatidico venne, ed era…martedì!
Martedì sera, andai di nuovo in chiesa per la Messa, e quando questa velocemente finì, aspettai che il Don (di cui tuttora ignoro il nome), potesse dedicarmi un momento per chiedergli un colloquio. “Subito!”, mi disse. Così ci trasferimmo in sagrestia, e chiacchierammo amichevolmente per una mezz’oretta. Mi consigliò di provare a leggere i Vangeli, una lettura però corsiva, tralasciando note e riferimenti: poi, se avessi voluto approfondire qualche punto, lui sarebbe stato disponibile a spiegarmelo.
Lo salutai, mi fermai in libreria, acquistai il libro dei Vangeli e me ne tornai in albergo. Mentre aspettavo la cena iniziai a leggere, e devo dire che la lettura si rivelò avvincente fin dall’inizio, con tutti quei diavoli, satanassi, ladri e traditori…meglio di un Fantasy…
Mi servirono la cena, e visto che ero sola a tavola, continuai a leggere…senza accorgermi di mangiare riso e prezzemolo...
Quando me ne accorsi era troppo tardi; l’avevo mangiato quasi tutto…Pensai che magari non sarebbe successo niente, che erano passati tanti anni, dall’ultima volta…
Invece no: avete idea, di quanti Diavoli ci fossero quella notte nella mia stanza? Erano decine! E io non potevo alzarmi, perché avevo mal di stomaco, e loro saltavano dentro dal balcone, avevano i forconi, entravano dalla porta chiusa (li vedevo, anche se erano al di là della porta), e mi volevano portare nella Geènna, là sarà pianto e stridore di denti…e io passai la notte a fissare la porta, perché se appena avessi distolto lo sguardo, Loro sarebbero entrati per portarmi via…
Al mattino, con gli occhi “a baletta”, mi addormentavo sulla tazza di latte della colazione; mi chiesero se avessi dormito bene, e io desiderai fortemente che uno dei Diavoli avesse dimenticato il forcone in camera mia, per inforcare il malcapitato seduta stante…controllai…li avevano portati via tutti!
domenica 11 luglio 2010
Giù di là (di Daniela PROTTI)
C’ è un luogo magico, dove le cose non sono quello che sembrano; dove gli oggetti cambiano, diventando qualcos’altro. Harry Potter ha scoperto di recente, la sua “Stanza delle necessità”; ma noi, bambine di quarant’anni fa, l’abbiamo scoperto allora, il nostro angolo di mondo fatato; e questo posto si chiamava “Giù di là”.
Il segreto di “Giù di là” non lo conoscevano tutti, no: i grandi lo vedevano, occasionalmente ci andavano, ma non lo “capivano”. Loro vedevano soltanto un cortiletto, al quale si accedeva da uno stretto corridoio tra due case; a destra la porta di una latrina, perché all’epoca non esisteva nelle case la stanza da bagno; subito dopo, un fazzoletto di sabbia (latrina dei gatti di casa), e i bidoni per la spazzatura. A sinistra, una breve scaletta affiancata da una ringhiera arrugginita, portava alle cantine; quattro porte di legno dotate di enormi catenacci, ma sempre aperte.
“Giù di là” era il nostro regno. Un giorno poteva essere il vecchio west, e mezz’ora dopo trasformarsi nella jungla amazzonica, in un’oasi nel deserto, o nel centro di New York. Nella cantina, fonte inesauribile di tesori, trovavamo di volta in volta gli spunti per la nuova avventura; come quella volta che….
L’estate era al culmine, il sole scioglieva anche le parole; la gente stava rintanata al fresco delle case, persino le mosche sembravano stanche di volare…ma noi no: noi, refrattarie al caldo d’agosto, ci eravamo rifugiate in cantina, alla ricerca di qualche idea per trascorrere il sonnolento pomeriggio. Rovistando in uno scatolone, ci ritrovammo tra le mani…un fantastico set di ferri da chirurgo! In effetti, se li avesse guardati un adulto, avrebbe visto soltanto una manciata di cacciaviti arrugginiti; ma siccome eravamo “giù di là”, questi si erano trasformati tra le nostre mani. Con il muto consenso delle porte delle cantine, che si offrivano come nostre pazienti, iniziammo il nostro lavoro di provetti Cerusici; con sapienza e metodo, nel giro di un’ora le porte si erano trasformate in straordinari capolavori dell’arte del traforo.
Al clonk clonk del bastone dello zio Giuseppe, interrompemmo il nostro lavoro, per corrergli incontro e mostrargli, entusiaste, la nostra splendida opera. Lo zio aveva una gamba sola, noi bambine non seppimo mai come avesse perso l’altra; camminava appoggiandosi ad un robusto bastone, e faceva il ciabattino; ogni mattina, la nonna portava fuori dall’uscio il tavolino e il panchetto: lo zio vi si sedeva e aggiustava le scarpe, si sentiva tutto intorno l’odore della pece e del cuoio. Quando non aveva scarpe da cucire, andava a pescare sul Ticino, e allora si sentiva l’odore del pesce fritto. Ogni tanto ci mandava a fare qualche commissione per lui, poi ci regalava 10 lire per ciascuna; ma non la volta in cui ci mandò a comperare i cagnotti per la pesca…ma quella è un’altra storia.
Quando vide il nostro operato, restò senza parole (ovviamente)! Le porte erano più traforate dei centrini all’uncinetto della signora Luigina, ed erano veramente spettacolari….ma si sa; i grandi non capiscono. Scrollando la testa affranto, girò sui tacchi, o meglio, sul tacco, e andò a chiamare rinforzi; che puntualmente arrivarono, nelle persone del papà e la nonna. Ancora una volta, gli adulti dimostrarono di non “vedere” il nostro talento, ma soprattutto l’impegno che avevamo dimostrato in quel delicato lavoro; così dopo una solenne ramanzina, fummo sfrattate dal luogo magico e mandate in chiesa, per rimuginare sui nostri terribili peccati.
Consapevoli delle nostre colpe, a testa china uscimmo nel sole; codini svolazzanti e un solo gesto tra noi….Dalle nostre tasche uscirono i magici cacciaviti, fortuitamente trafugati…..Dove andiamo?
martedì 22 luglio 2008
Cignana, ovvero a spasso tra sogno e incubo (di Daniela PROTTI)
Prologo
Dopo tre giorni di pioggia e vento gelido, ecco finalmente il sole; ed eccomi armata di zaino e bastone, sul sentiero per Cignana.
Ho chiesto la strada ad un sacco di persone, che naturalmente mi hanno consigliato un sacco di percorsi diversi, per cui imbocco quello che mi ispira di più e vado.
La mia borraccia è vuota, ma la riempirò alla prima fontana che incontrerò. Tra boschi e pietraie, arrivo alla vecchia centrale idroelettrica senza incontrare un’anima, ma ahimè, senza trovare neppure l’ombra di una fonte. L’unico incontro degno di nota, è una vipera che si srotola mollemente al sole, in un anfratto del muretto a secco. Ci guardiamo per un attimo, poi lei mi pianta in asso, ed elegantemente scivola via tra i sassi.
Riprendo la salita, un po’ assetata ma ancora speranzosa, fino a raggiungere un bellissimo pianoro, dove si trova un pittoresco, quanto palesemente disabitato villaggio; vale una foto, per cui mollo zaino e bastone, cerco la macchina fotografica e… click! Nel bel mezzo della mia foto c’è un ragazzino, che pare spuntato dal nulla; mi ha oltrepassata, e si allontana trascinandosi
Mi sorpassano a piccoli gruppi, e ogni gruppo scambia qualche parola con me, che proseguo solitaria; vengo a sapere che sono in un campeggio giù a valle, e che questa è la loro prima gita.
Dopo 3 ore di “cammino” (si fa per dire), giungo ai piedi della diga; la attraverso e risalgo sul versante opposto, da dove un bellissimo ponte, mi riporterà sull’altro lato. Nel frattempo, i ragazzini continuano ad arrivare (ma quanti saranno?), anche se ce ne
Mi accontentano, poi mi salutano e proseguono; continuo anch’io, perché ho ancora la speranza che alla fine del ponte ci sia una fontana. La sete ormai si fa sentire parecchio; ma la mia è appunto solo una pia illusione, perché qui, intorno a un lago, non c’è un filo d’acqua…!
Costeggiata la sponda destra del lago, raggiungo la chiesetta, dove intendo fermarmi per mangiare e riposare un poco; lì sul prato ci sono tutti i ragazzini, una sessantina, che già rifocillati, stanno prendendo in giro a gran voce i ritardatari, tre disperati che barcollano ancora giù per il sentiero dietro di me; be’, in fin dei conti, non sono neppure arrivata
Mangio i miei panini e mi disseto con la frutta, poi una sigaretta e riparto; non voglio fare soste lunghe, perché visto il mio allenamento praticamente nullo, temo che non riuscirei più a continuare, dopo…
Decido di non tornare per la stessa strada, ma di continuare e salire in cima al passo, alla “finestra di Cignana”, per poi scendere sul versante opposto e tornare a casa. I cartelli indicano un’ora di cammino, per raggiungere la cima: vado.
Dopo una decina di minuti finalmente vedo una cascatella, che saltella allegramente tra i sassi; Acqua!
Il sentiero si srotola in mezzo a prati coloratissimi, e il profumo dei fiori è intenso; mi fermo di tanto in tanto per fare qualche foto (e per riprendere fiato), ma la cima è sempre più vicina.
Mi torna anche, inevitabile, il pensiero alla persona con cui a Cignana sarei dovuta andare; a tutto quello che è stato, a tutto il male che ci siamo fatti, e a come tutto è finito…
Termino l’ultimo tratto di salita, con un unico, confortante pensiero: dopo sarà tutta discesa!
Alla “finestra” mi concedo una pausa da “fumino”, e mi riempio gli occhi di questo paesaggio grandioso; poi comincio a scendere. Non c’è un’indicazione per Valtournenche, per cui opto per il sentiero che va verso Perreres, sperando di incrociarne prima o poi, uno che scenda più a sud, verso le “tre casette”, che sono il mio punto di riferimento.
Infatti, dopo un bel tratto lo trovo, semisepolto tra l’erba, ma che indubbiamente scende velocemente verso valle; lascio quello per Perreres, che prosegue dritto come un fuso, e vado giù. E’ davvero impervio, e lo perdo un paio di volte, ma lo ritrovo e continuo. Sbocco su una mulattiera, che però verso sud è interrotta e non mi resta altra alternativa che andare a nord. Scende dolcemente ondeggiando tra i boschi, ma mi viene un accidente quando, uscendo dal folto degli alberi, mi trovo faccia a faccia col Cervino. Immenso, stupendo, luccicante della neve fresca caduta ieri; ma purtroppo per me, troppo mostruosamente vicino!
Almeno, considerando il fatto che io dovevo andare esattamente dalla parte opposta…
Guardo giù, e mi accorgo con disperazione, di essere ben oltre Perreres, e molto molto più in alto…come è possibile?
In questo momento ho davvero paura; sono sola, stanca da morire, lontana anni luce da dove dovrei essere, ma soprattutto, col telefonino inesorabilmente muto; e qui non c’è anima viva.
Continuo a trascinarmi avanti, ma ormai i miei movimenti sono completamente scoordinati; mi è venuto un feroce mal di testa (da panico), e i miei piedi si intralciano tra loro. Inciampo un sasso si e uno no, vacillo, miracolosamente resto sempre in piedi; guardo ancora giù, e vedo ancora chilometri di bosco, tra me e la valle…mi viene da piangere, e piango e cammino, e cammino e piango.
Dopo un’ennesima curva, trovo l’indicazione di un sentiero, che lascia la mulattiera e torna verso sud; senza neppure fermarmi a pensare, mi ci tuffo e inizio a scendere, ora in modo più rapido (e ripido), attraverso un fitto bosco. Sembra che non finisca mai, ma poi a un tratto le vedo…le tre casette!
Grazie al cielo le ho ritrovate; ringrazio mentalmente tutti coloro ai quali, sempre mentalmente, avevo chiesto aiuto, Cervino compreso. So di avere ancora un sacco di strada da fare, ma almeno so dove mi trovo…
Giunta finalmente alle casette, mi concedo una pausa, mi fumo la mia sigaretta, e poi riprendo
Gli ultimi metri prima di arrivare all’albergo li faccio per inerzia, nella mia mente un solo pensiero: levare le scarpe…….!
mercoledì 11 giugno 2008
Samba pa Ti (di Daniela PROTTI)
Nella quiete del pomeriggio estivo, nell’illusione di un fresco che non c’è, chiudo gli occhi….
La chitarra di Carlos Santana, mi riporta piano piano indietro nel tempo.
La mia stanza, il mio letto, i miei anni, non ci sono più; ho 15 anni, un improbabile mini-abito pantalone, e il terrore di trovarmi per la prima volta, in una sala da ballo.
Si, lo so che oggi si dice discoteca; ma allora no; allora si chiamava sala da ballo, e suonavano regolarmente 3 balli lenti e 3 “shake”.
Lo shake! Per una ragazzina timida come me, un incubo!
La musica, tassativamente “dal vivo”, aveva un volume sopportabile, e chi non ballava poteva anche permettersi il lusso di chiacchierare.
Nella mia compagnia, sono “la piccolina”, perché nonostante superi in statura tutte le mie amiche, sono la più giovane; e l’unica, che non è mai stata a ballare.
Mi guardo intorno frastornata, cercando di capire come funziona…
Il complesso inizia a suonare; è un complesso locale; si chiamano “Le pesche sciroppate”, e suonano canzoni di cantanti famosi. I ragazzi si alzano e cominciano a girare tra i tavoli, alla ricerca di una compagna di ballo.
Ad ogni educato “no grazie”, si rivolgono a quella seguente. Poverettti, eh? Pensandoci ora, neanche loro avevano vita facile! Chissà quanti “no grazie” hanno dovuto accettare, prima di riuscire ad accompagnare una ragazza sulla pista!
Ma intanto, la coda di ragazzi si avvicina pericolosamente al nostro tavolo; cosa faccio? Dove guardo? Le mie amiche, perfide, si godono lo spettacolo del mio imbarazzo; loro, che timide non sono affatto, non capiscono il mio sacrosanto terrore…
E mentre sono concentratissima a fissare le modanature del soffitto, sento una voce molto vicina, che mi dice: scusa, balli? Ma le modanature sono “troppo” importanti, così non rispondo…se ne andrà! No. Non se ne va. Continuo imperterrita a studiare i ghirigori, ma sento un tocco delicato sul braccio, e la solita voce: scusa, balli? ‘cidenti, devo proprio rispondere; per forza…sono una ragazza educata, io!
Mi volto, serafica, lo guardo e…BALLI? Guardo le amiche di sottecchi: se rifiuto non mi salvo più.
Va bene! Mi alzo, e lui mi fa strada sulla pista affollata…mi cinge alla vita, e io appoggio le mani sulle sue spalle…il punto più alto della sua testa mi arriva al naso…e stanno suonando “Samba pa ti”!
I musicisti ci mettono l’anima, ma Santana è un’altra cosa….e poi, c’è quella nota così stonata….
Ci metto un po’, prima di rendermi conto che la nota stonata è il campanello di casa, che suona all’impazzata; schizzo giù dal letto, e corro ad aprire…
Mamma, ma dov’eri? Perché non rispondevi? Mi hai fatto preoccupare!
Dov’ero, dov’ero…ero a ballare!
Gita al lago (di Daniela PROTTI)
Parcheggiata l’auto a pochi metri dal lago, mi affaccio alla balaustra, per godermi lo spettacolo…
Migliaia di stelle dorate, luccicano sull’acqua, dove qualche placido gabbiano dondola dolcemente, appollaiato su una boa.
Al di là del maestoso cancello, ottenuti i nostri biglietti da una cassiera probabilmente seccata dal fatto di doversene rimanere intrappolata lì tutto il pomeriggio, imbocchiamo il viale, che salendo dolcemente, ci porterà nel cuore del parco.
La primavera qui, è un’ esplosione di colori; fiori di centinaia di specie diverse, mescolano il loro profumo a quello del sottobosco; una cascatella gorgoglia allegramente, saltellando sulle rocce, e a mio marito e a me, sembra per un attimo di essere sulle nostre montagne, nel posto che noi abbiamo sempre chiamato “casa”.
Risalendo pian piano la collina, ci fermiamo di tanto in tanto per guardare il lago Maggiore, che da qui ci offre un panorama idilliaco, e per fotografare i fiori; anche se la nostra macchina fotografica, non sembra essere all’altezza di ciò che le chiediamo.
Ci sono alberi altissimi, che attraggono la mia attenzione; ufficialmente: perché in realtà mi sono fermata a riprendere fiato… ahimè, i chili che ho messo quest’ inverno si fanno sentire… comunque leggiamo che si tratta di “Tulipiferi”; nome che ci è totalmente sconosciuto, ma che si presta facilmente ad eventuali giochi di parole, perché scopriamo che questo tipo di albero, viene usato per la costruzione di strumenti musicali.
Dopo un po’, ci troviamo davanti ad un cancelletto girevole, che attraversiamo; da qui in avanti, incontreremo gli animali.
I daini hanno ancora la “tenuta” invernale; il loro manto è ancora chiarissimo, ma a poco a poco tornerà ad essere del color marrone “estivo”. Ci fermiamo davanti ad una gabbia, all’ interno della quale, un orsetto lavatore cerca incessantemente una via d’uscita; deve essere terribile, per lui, essere relegato lì dentro…
Poco più avanti, vediamo un castoro, placidamente addormentato nella sua tana; e mentre lui dorme, i suoi dentini continuano meccanicamente a rosicchiare! E’ tenerissimo da vedere, e ci piacerebbe poterlo accarezzare….
Ovviamente, il signor Castoro ha una consorte, che mentre il marito dorme, fa tranquillamente colazione…
Le donne, si sa, sono più dinamiche!
Lungo il nostro cammino, abbiamo modo di “incontrare” anche qualche canguro, che non si degna di fare neanche un saltellino (antipatico, cosa gli costa?), e due o tre struzzi; sarà che non c’ è Will Coyote, ma anche loro si limitano a passeggiare pomposamente…
Arrivati alle serre, il profumo del lillà ci inebria; è delizioso….e invisibile! Ma i giardinieri, qui si sono sbizzarriti, e lo spettacolo delle aiuole è meraviglioso.
Dopo una “pausa gelato”, riprendiamo il nostro cammino; piano piano torniamo a scendere dalla collina verso il lago, il parcheggio, e la nostra macchina, che ci aspetta comoda e calda… sotto il sole…!
sabato 7 giugno 2008
La macchia di Nulla (di Daniela PROTTI)
Ho sempre sostenuto si trattasse di vigliaccheria.
Ho sempre pensato che bisogna rialzarsi e riprovare, ogni maledettissima volta.
Ho sempre detto: troppo comodo, mollare tutto e via….
Mi sbagliavo.
Potrebbe trattarsi di Infelicità. Una forma purissima e letale di Infelicità.
Oh, non quella che ti piomba addosso come una randellata e ti fa stramazzare a terra, no.
Da quella ti puoi difendere, ti puoi rialzare e combattere.
Quella più furba; che ti si annida da qualche parte dentro, come una macchia di Nulla, che piano piano fa sparire tutto, mentre scivola dal cuore alla testa, dalla testa al cuore.
E dietro di sè, non lascia niente, solo il Nulla.
Ma non te ne accorgi subito, no. Piangi, gridi, provi ancora, ti aggrappi a qualsiasi cosa, ma non ce la fai; e allora cerchi dentro, e scopri che non c’è più niente. Non è rimasto niente, ma il Nulla dentro di te pesa come un macigno. Gonfio della tua vita, l’ha trasformata in pura essenza di Infelicità. Ti obbliga a trascinarlo con te, e tu non riesci più ad alzarti, a muoverti, a vivere.
Ci provi ancora, in tutti i modi, ma la macchia di Nulla non viene via, non si cancella, e non ti restituisce la tua anima.
E’ allora, che ci pensi…un Nulla in cambio di un altro…non sarà mai peggio di questo…
Splash!
sabato 5 aprile 2008
Io e lui (di Daniela PROTTI)
Se facessimo il gioco dell’associazione di idee, diremmo…un topo! E invece Gigio è un gatto: o meglio, fa finta di esserlo. Sono sempre stata convinta che fosse qualcuno travestito, o vittima di un incantesimo; la verità è che il suo modo di essere, non aveva niente di…gattesco.
Avete presente un bellissimo, elegante, maestoso felino…che non salta?
Ebbene, Gigio non sapeva saltare, e quando doveva arrampicarsi alla vertiginosa altezza della lavatrice… prendeva la rincorsa. Dapprima guardava e valutava, poi, piano piano retrocedeva elegantemente di 3-4 metri: si fermava un attimo per concentrarsi, poi partiva di gran carriera, il più delle volte, per stamparsi sulla parete laterale dell’ elettrodomestico.
Abitavo allora, in una piccola casa al pianterreno, molto vicino alla stazione; Gigio trascorreva molto tempo mollemente sdraiato sul davanzale a guardare i treni, che passavano a non più di 4 metri dalla finestra; questo faceva sì che alla sera, rientrando dal lavoro, mi succedeva sovente di trovarlo tutto nero di fuliggine; il che mi obbligava a prenderlo e tuffarlo nella vaschetta per il … bagnetto. Si dice che ai gatti non piaccia l’acqua; eppure lui giocava e si divertiva un mondo; quando avevo finito di strigliarlo a dovere, lo avvolgevo in un asciugamani e gli facevo la messa in piega. Il fon gli piaceva, e si crogiolava placidamente nel tepore che ne usciva.
Se questo non bastasse, a far insorgere qualche dubbio sulle origini feline di Gigio, possiamo aggiungere che aveva una qualità molto particolare: era un gatto cronometro, con la puntualità di un banchiere svizzero. Infatti, nel periodo in cui abbiamo condiviso lo stesso tetto, io non ho mai avuto bisogno di puntare la sveglia al mattino; quando era ora che mi alzassi per andare al lavoro, molto presto, Gigio arrivava sul letto, e dolcemente, mi dava dei buffetti sulla guancia per svegliarmi. Non era necessario controllare la sveglia: erano sempre le 5,55!
Come ogni gatto cittadino ed emancipato, lui la sera usciva; io anche, ma non frequentavamo… le stesse compagnie! Siccome ero l’ unica, di noi due, ad avere le chiavi di casa, Gigio stabilì di essere a casa alle 2 precise. Così, quando ero in casa, bussava per farsi aprire, e quando ero fuori, sapevo che lo avrei trovato lì, sul gradino, ad aspettarmi.
Anche per i suoi pasti, era decisamente indipendente: al mattino, faceva colazione con me… latte e biscotti; ma durante la giornata non aspettava certo che gli servissi il pranzo, no… apriva l’ armadietto dei croccantini e si serviva.
Certo, non è che tra noi siano state tutte rose; abbiamo avuto anche i nostri… litigi;
ad esempio, quale poltrona toccava a me e quale a lui; ma riuscivamo sempre a metterci d’accordo; infatti a lui toccava sempre… la mia.
Eh, si, un pochino prepotente lo era, Gigio; ma come vorrei, che fosse ancora qui con me!
giovedì 3 aprile 2008
Cornello dei Tasso - La nascita del servizio postale (di Daniela PROTTI)
** Nota: la parte testuale di questa pagina è frutto di spigolatura da altri siti della rete (di cui si riportano gli indirizzi nella parole cliccabili, mentre le foto pubblicate sono di proprietà dell'autore Fabrizio Cassinelli **La Nascita del Servizio Postale in un angolo suggestivo della Valle Brembana Un borgo della Lombardia, una famiglia famosa, la nascita del servizio postale in un angolo suggestivo della Val Brembana. Si raggiunge solo a piedi, tra I prati, lungo la mulattiera che porta in pochi minuti all'ingresso del paese. Poche case, un lungo porticato, le travi annerite dal tempo, una chiesetta e un bar che funziona come posto di telefono pubblico, trattoria, posteria, e centro ricreativo. Non c'e' un'anima in giro, gli uomini sono fuori al lavoro, solo una donna con grembiule e stivaloni che spazza la
soglia di casa e mi guarda stupita quando vede lo zaino, il cavalletto e le macchine fotografiche; sono rimasti in pochi a vivere a Cornello. Un borgo fuori dal tempo, uno scherzo dalla civilta'. Ma per capire meglio occorre fare un passo indietro nella storia. Nel medioevo infatti era una vivace stazione di sosta lungo la "Via Mercatorum"" che, attraverso la Val Brembana, collegava Bergamo e la pianura alla Valtellina e I Grigioni. I mercanti salivano fin qui a piedi o a cavallo, vi tenevano il mercato e ripartivano con armi e bagagli slla volta di passo S.Marco. Cornello era una sosta d'obbligo tra la media e l'alta valle Brembana che portava al Passo della Forcella e di li' a Lecco e I laghi. Ma l'antica via era scomoda e faticosa e I Veneziani pensarono di costruire una strada migliore a fondovalle. Il progetto fu portato a termine alla fine del XVI secolo e taglio' fuori Cornello, determinando il suo isolamento e l'inevitabile decadenza.
Una magra fine, se vogliamo, ma questo evento ha conservato il borgo come era, le case dai tratti rustici, la via porticata che serviva per la sosta dei cavalli, la chiesetta con I suoi affreschi del '400, e la bella dimora dei TASSO, questi ultimi, la vera gloria di Cornello dei Tasso. La famiglia alla quale apparteneva il poeta Torquato e' infatti originaria di qui. All'inizio, come I loro conterranei, erano poveri in canna e nemmeno di buona costituzione fisica. Cosi' mentre I montanari forzuti emigravano alla volta di Genova e Venezia, loro si dedicavano al *terziario* organizzando il servizio di posta nella valle. Già attivi nel XIII secolo, I Tasso fanno capo a Omodeo, segnalato in
documenti della seconda metà del secolo come abitante del Cornello. Nel corso del Quattrocento alcuni dei suoi discendenti si trasferirono a Venezia, dove si distinsero nella Compagnia di Corrieri Veneti che gestiva I collegamenti con le città italiane. Alla fine del Quattrocento li troviamo in Tirolo e nelle Fiandre, al servizio degli Asburgo e agli inizi del Cinq
uecento, con una serie di convenzioni con il governo, furono nominati mastri generali delle poste imperiali. Nel 1512 l'imperatore Massimiliano d'Asburgo concesse alla famiglia il titolo nobiliare, permettendo che lo stemma del casato, un piccolo tasso e il corno della posta, fosse arricchito
dall'aquila imperiale. Nel Seicento i Tasso di Germania ottennero il titolo principesco modificando il nome in THURN UND TAXIS e in seguito continuarono a gestire le poste fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando il servizio fu nazionalizzato. Il borgo di Cornello dei Tasso in Valle Brembana conserva oggi I segni di quelle antiche glorie e difficoltà del passato: si vive a fatica, senza trasporti, la terra dà poco oltre I prodotti dell'orto e il fieno per le vacche. Ma il suo fascino sta proprio qui, nell'essere sospeso tra passato e presente, nel
la genuinità e sincerità dello sguardo incuriosito del vecchio che passando con la gerla sulle spalle scuote la testa divertito e continua verso I campi.mercoledì 26 marzo 2008
L’ angelo custode - facciamo che io ero… (di Daniela PROTTI)
Oggi la mia mente vaga e divaga, andando a rovistare nei più lontani ricordi….
Così, pensando alle innumerevoli volte, in cui il mio angelo custode mi ha tolta dai guai, mi sorge il pensiero che….poveretto, non ha avuto una vita facile, con me!
Da bambini, ci insegnavano una preghiera, per far sì che l’ angioletto ci proteggesse…e noi, diligenti, detta la preghierina, ci tuffavamo allegramente nelle imprese più spericolate…che fiducia, eh?
Posso comunque dire, che almeno il mio angioletto, la mia fiducia l’ ha pienamente meritata, e si è dimostrato maledettamente in gamba; altrimenti non sarei qui a scriverne ora.
Dire che ero una bambina vivace è…riduttivo; la verità è che ero…esagerata! Perché aggiungendo alla vivacità, una buona dose di libertà e di incoscienza, e mescolando il tutto con una intera città a disposizione come “campo giochi”, il risultato era….una mina vagante!
Certo, quando ero una ragazzina, il parco giochi c’era, ma….altalene, scivoli, giostrine, era roba da pivelli! Noi, il mio amico del cuore (che sarebbe poi diventato mio marito) ed io, avevamo più alte aspirazioni; i nostri non erano “giochi”: erano “missioni”. E come è ovvio, una missione non può avere come scenario…un parco giochi! Una missione deve avere una scenografia importante, misteriosa, pericolosa!
Così, la ricerca di ambientazioni adeguate alle nostre avventure, ci portava nei luoghi più impensati e improbabili; e la missione iniziava sempre con….”Facciamo che io ero…”.
Nelle prime ore del pomeriggio estivo, la città addormentata era deserta; dalle pietre del selciato saliva il calore, e i vecchi muri delle case erano anch’ essi caldi. Giravamo per le strade, intontiti dal sole, cercando un luogo fresco dove rifugiarci, e poi…..idea! Andiamo a giocare in chiesa!
Detto e fatto; la chiesa era fresca e silenziosa, tutta per noi. Dopo aver giocato per un po’ con le candele, decidemmo di prendere come nostra residenza un confessionale, e ci entrammo.
Facciamo che eravamo marito e moglie…si, ma qui c’ è buio, come si fa….bè…ci sono le candele, no? E portammo le candele accese nel confessionale, le fissammo con la cera sul pavimento di tavole…vicine alle pareti, per non scottarci…L’ urlo della moglie del sagrestano, ci fece ripiombare nel mondo reale….INCOSCIENTI! DISGRAZIATI! MANDATE A FUOCO LA CHIESA!
Ed ecco i due piccoli, potenziali piromani, uscire a orecchie basse dalla chiesa, ancora convinti che, dopotutto, non avevano fatto niente di male….
Dove si va?
Bò…giù al Ticino?
Si, dai, all’ aeroporto! Facciamo che io ero…..
(data di prima pubblicazione sul sito Il Cassetto dei Sogni: 17 Gennaio 2007)
Una vita in più (di Daniela PROTTI)
Camminava spedita, le mani affondate nelle tasche e il bavero alzato per difendersi dal vento. Mancavano pochi giorni all’inizio della primavera, e il sole di marzo era ancora troppo debole per contrastare quel venticello frizzante. Come ogni mattina, avrebbe attraversato la città per occuparsi di Viki; non le dispiaceva farlo, perché era una bambina sveglia e intelligente. Adorava le storie, e lei ogni mattina, mentre l’accompagnava a scuola, ne raccontava una; una vecchia storia, oppure una storia inventata li per li. Per Viki erano tutte belle, tutte emozionanti.
Quel mattino, però era diverso; quel mattino la sua testa era altrove, persa nel dubbio che aveva ormai da giorni; ma l’attesa era finita, e tra poco avrebbe saputo…
- Mi racconti la storia di Pentesilea?
- Domani, Viki; vedi? Siamo arrivate a scuola, te la racconto domani, vai!
Aspettò che entrasse, che si girasse per salutarla, come ogni mattina, poi se ne andò. Accelerò il passo sempre di più, sempre più impaziente di arrivare, di sapere. Non badava neppure al freddo, al vento; ecco, la piazza, la chiesa….come sempre gettò uno sguardo alla “casa”. Un imponente, antico palazzo di mattoni rossi, e lassù in cima quel bel terrazzo, con tanti fiori che lo incorniciavano; e come sempre pensò: come sarebbe bello, vivere li. Ma lei era contenta comunque; la sua casina all’ombra del Duomo le piaceva. Era bello, la sera, stare sul balcone a guardare le luci, la gente seduta sui gradini della cattedrale a chiacchierare, la statua del Regisole che dominava tutti.
Distolse lo sguardo, e si diresse verso la porta a vetri dell’ambulatorio; entrò, per uscirne meno di due minuti dopo, con una busta tra le mani. Senza fermarsi, strappò la busta, ne estrasse il foglio…
Lo sapevo! Lo sapevo! E adesso? Cosa farò, adesso?
Certo, lo sapeva, lo sentiva; ma vederlo scritto li, faceva uno strano effetto….incinta. Era incinta.
E adesso? Camminava distrattamente verso casa, senza riuscire a mettere a fuoco i suoi pensieri; tra vicoli e piazzette, era ormai in prossimità del Duomo, e ancora si chiedeva fissando il foglietto: cosa farò, ora?
Un boato improvviso fermò i suoi pensieri; spaventata alzò gli occhi, e si vide investire da una nuvola di polvere bianca. Il rumore era cessato, e il silenzio irreale e spaventoso che ne era seguito, incombeva come un macigno sulla città. Agitando la mano davanti a sé per diradare la polvere, avanzò verso la piazza….
Con orrore vide ciò che era successo: là, dove fino a pochi minuti prima, c’era la bellissima torre civica, non c’era più nulla.
Davanti a lei, un enorme cumulo di macerie, dalle quali salivano ancora sbuffi di polvere…
Dalle quali scendeva il pianto di un uomo, seduto in cima , con il viso tra le mani…
Attonita, abbassò lo sguardo, sul foglio di carta che ancora teneva tra le mani.
Ora sapeva cosa fare…suo figlio…le aveva appena salvato la vita.
(data di prima pubblicazione sul sito Il Cassetto dei Sogni: 3 Settembre 2006)
lunedì 3 marzo 2008
“ Il Dono” (*) (di Daniela PROTTI)
La bimba aprì gli occhi; la stanza era ancora buia, ma qualche filo di luce, filtrava dalle fessure tra le persiane. Si raggomitolò tra le coperte, per godersi il tepore del suo nido; sbirciò la sorella, che dormiva ancora profondamente. Era la fine di ottobre, e la stanza era gelida; con le dita si sfregò la punta del nasino per scaldarlo un pò. Tra poco, la mamma l’avrebbe chiamata, per fare colazione e andare a scuola; il suo primo anno di scuola; e ci andava già da…27 giorni! Tra poco, avrebbe fatto un salto giù dal letto e si sarebbe vestita alla velocità del lampo, per non dare tempo al freddo di assalirla.
La casa era enorme, ma priva di riscaldamento; la grande stufa a carbone scaldava a malapena la cucina, ma nelle camere da letto, e la loro era la più lontana, il gelo la faceva da padrone. La cosa peggiore era lavarsi, in quel piccolo bagno costruito da papà, con le piastrelle bianche e i sanitari lucidi…e gelidi! E l’inverno era così lungo…
Quel giorno, però era diverso. Quello era il SUO giorno, il suo compleanno; sapeva che erano poveri; non si aspettava regali, no, ma il suo cuore di bambina non poteva fare a meno di quella piccola speranza; di ricevere qualche cosa che fosse tutto suo, e non qualcosa messo da parte dalla sorella più grande. Perché tutti i vestitini che aveva, pochi a dire il vero, arrivavano a lei dopo parecchi passaggi di proprietà; dopo tanti lavaggi, dopo tanti rammendi. Pazienza. Giocattoli non ne aveva mai avuti, ma non ne sentiva la mancanza; nella casa accanto , abitava il suo inseparabile compagno di giochi, che essendo l’unico rampollo di una famiglia numerosa, poteva disporre di interi plotoni di soldatini, file interminabili di macchinine, montagne di mattoncini di LEGO.
Si vedevano sui rispettivi balconi, e ad un segnale convenuto tra loro, si incontravano sul pianerottolo comune, per inventarsi giochi sempre nuovi….magari quel pomeriggio avrebbero potuto giocare ai vescovi, se fosse uscito un po’ di sole….
Sentì la voce della mamma che la chiamava; chiamava sempre prima lei, perché sapeva bene che era la prima a svegliarsi. Chiamando a sua volta la sorella, schizzò fuori dal letto. Era da sempre una bambina allegra e rumorosa; difficilmente imbronciata e mai triste; in un lampo fu in cucina, ad abbracciare la sua mamma, che adorava, e che le tirò le orecchie per 6 volte!
- Oggi compi sei anni, vecchiona!
Sul tavolo di fòrmica, la sua tazza di latte fumava; e la bimba, già dimenticati i gravi pensieri, vi tuffò dentro una manciata di pezzi di pane. Aveva sempre fame, e l’unica cosa che non mancava mai in casa, era il pane. Finita la colazione, prese la cartella e vi infilò dentro il mezzo panino avanzato; lo avrebbe mangiato nell’intervallo, a scuola.
- - E quello cos’è? - sua sorella indicava un pacchetto sulla credenza; un grosso
pacco, avvolto nella carta azzurra del droghiere.
- - E’il regalo per tua sorella.
La piccola alzò gli occhi incredula. Un regalo! Un vero regalo impacchettato! Tutto per lei!
Incapace di muoversi, restò lì a fissare ora il pacco, ora la mamma, finchè sua sorella sbottò:
- Allora, deciditi ad aprirlo, che facciamo tardi a scuola!
Le tremavano le mani: piano piano staccò il nastro adesivo, per non rompere la carta, e finalmente…
Tra le sue mani, uno stupendo libro, rilegato, con la copertina lucida…
Il titolo scritto a grandi lettere, in rilievo….DORILENA.
(*) "l dono" è un racconto autobiografico: la bambina che riceve il regalo è l'autrice stessa, che racconta l'emozione provata la mattina del 27 Ottobre 1962, giorno del suo 6° compleanno. Gli altri personaggi sono personaggi reali che fanno parte o hanno fatto parte della sua vita. (N.d.R)
(data di prima pubblicazione sul Cassetto dei sogni: 26 agosto 2006)
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