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martedì 30 settembre 2008

Riccardo Patrignani e i suoi gioielli: piccole meraviglie in uno scenario meraviglioso

A tutti gli appassionati di "modellismo" in scala e di Storia sono lieto di comunicare la nascita di un nuovo sito dove c'è tanto da conoscere e vedere, in attesa di potersi "rifare gli occhi", come si dice volgarmente, andando a vedere sul posto e dal vivo i modelli citati nel sito.
Si tratta di diversi castelli d'Abruzzo, realizzati con certosina pazienza e meticolosità da Riccardo Patrignani, valentissimo artigiano/scultore/maestro d'arte vivente e operante in quel di Sulmona.
Anni fa, sul nostro sito Il Cassetto dei Sogni, ebbi modo di parlare di questo maestro e della sua meravigliosa arte, dopo averlo "scoperto" in una mostra sull'artigianato abruzzese.
Per chi volesse leggere cosa scrissi in quel frangente, questo è l'indirizzo della pagina:
Riccardo Patrignani: Antologia della Pietra
Il Sig. Patrignani per anni tentò di ottenere di poter esporre i suoi tesori in qualche luogo pubblico o accessibile al pubblico, ma a nulla valsero i suoi sforzi.
Poi però qualcosa si è mosso: "la fortuna sorride agli audaci", si dice, o forse il proverbio più adatto sarebbe: "bussate e vi sarà aperto" (anche se il Vangelo non ci dice, forse per non farci spaventare ancor prima di tentare, a quante migliaia di porte dovremo bussare prima che se ne apra una).
Fatto sta che il Patrignani sembra aver ottenuto un po' di giustizia, riuscendo a "piazzare" i suoi castelli in uno scenario tra i più adatti alla sua opera: una sala del Castello Cantelmo di Pettorano sul Gizio (in provincia di L'Aquila).
Una splendida cornice in pietra per splendidi capolavori in pietra, il tutto circondato da una splendida cornice naturale di monti e vallate.
So che l'iniziativa sta avendo un notevole successo, e che decine di visitatori si recano al castello anche attratti dalla voglia di osservare quei piccoli gioielli, che poi tanto piccoli non sono, visto che pesano centinaia di kilogrammi ciascuno.
Ora però il Sig. Patrignani ha deciso, giustamente, di pubblicizzare maggiormente la sua arte, e ha aperto un sito sul quale poter ammirare in foto queste "miniature" e leggerne un po' la storia.
Molto volentieri, anzi con immenso piacere, rivelo l'indirizzo di tale sito
http://www.antologiadellapietra.com (potete anche cliccare sul titolo di questo articolo, che è di fatto un link al sito stesso), sperando che nel mio piccolo possa far crescere sempre più il numero di visitatori virtuali, e magari anche in carne ed ossa, dei suoi favolosi castelli.
Un grazie di cuore al Sig. Patrignani per averci voluto dare questa gioia, e anche per aver voluto linkare, anche se immeritatamente, il nostro sito-madre (il cassetto dei sogni) sul suo sito.

Claudio Agostini

martedì 19 agosto 2008

Serlone (di Giovanni GULMINI)

Il silenzio della natura mi sveglia, sento il profumo del caffè che sale dal piano di sotto, la stufa è già accesa, non fa freddo, siamo a giugno del 1962.
Qui in montagna, nella casa dei nonni, non c’è il gas per cucinare, l’elettricità non è ancora arrivata, l’illuminazione è fornita da un lume a petrolio e l’acqua si deve prendere alla fontanella con i secchi.
Esco sulla balconata e sento il profumo dell’erba fresca, il suono dei campanacci delle vacche che pascolano. Un gallo canta per affermare la sua supremazia nel pollaio, gli uccellini cinguettano e un picchio martella un albero per costruire il suo rifugio; nel sottofondo il fiume di fondovalle mormora durante la sua discesa, lo spettacolo è magnifico.
Le nuvole in un cielo blu come mai rivedrò, disegnano forme strane, la mia mente le associa a un cane accovacciato, a un ciclista o visi indefiniti, a volte tetri, altri ridicoli. Si possono passare delle ore ad ammirare questo spettacolo, interrotto solo da alcune scie di aerei che solcano lo spazio celeste, chissà come sarà volare in aereo!?
La nonna ha preparato la colazione, latte fresco e marmellata di prugne raccolte davanti a casa o miele delle api che dimorano poco distante, nelle arnie di un vicino. La natura ci fornisce di tutto il necessario, frutta e verdura del piccolo orto, latte e formaggi freschi, uova e talvolta carne di pollo. Un piatto povero, che ricorreva e di cui ancora oggi sono ghiotto, era la polenta con il latte o il formaggio; il minestrone di verdure colte al momento era una consuetudine, il suo sapore era delizioso, peccato che si mangiasse per almeno tre giorni di seguito…
La sera i pochi residenti di quella frazione si ritrovavano nelle case, al buio, e raccontavano la loro giornata e le storie delle loro gioventù. I loro volti non erano visibili se non dalla tenue luce della stufa a legna che era sempre in funzione, si riconoscevano solo dalle voci, e chi come me era un bambino, rimaneva seduto in silenzio su un piccolo seggiolino di legno o su di un sacco di foglie secche.
Ricordo ancora oggi, dopo tanti anni, quel luogo incantevole; i suoi personaggi e la mia nonna, che non dimenticherò mai…


martedì 22 luglio 2008

Cignana, ovvero a spasso tra sogno e incubo (di Daniela PROTTI)


Prologo


Ognuno di noi ha i suoi miti personali; il mio si chiamava Cignana. Per tanti anni, durante le vacanze in Valle d’Aosta, si parlava, con il mio ormai ex marito, di fare una gita al lago di Cignana, appunto. Chissà perché, per un motivo o per l’altro si rimandava sempre, da un anno all’altro; così io, Cignana, non l’ho vista mai. Quest’anno, che mi vede sola nella mia adorata valle, ho deciso di andarci, e di realizzare questo vecchio sogno.

Dopo tre giorni di pioggia e vento gelido, ecco finalmente il sole; ed eccomi armata di zaino e bastone, sul sentiero per Cignana.
Ho chiesto la strada ad un sacco di persone, che naturalmente mi hanno consigliato un sacco di percorsi diversi, per cui imbocco quello che mi ispira di più e vado.
La mia borraccia è vuota, ma la riempirò alla prima fontana che incontrerò. Tra boschi e pietraie, arrivo alla vecchia centrale idroelettrica senza incontrare un’anima, ma ahimè, senza trovare neppure l’ombra di una fonte. L’unico incontro degno di nota, è una vipera che si srotola mollemente al sole, in un anfratto del muretto a secco. Ci guardiamo per un attimo, poi lei mi pianta in asso, ed elegantemente scivola via tra i sassi.
Riprendo la salita, un po’ assetata ma ancora speranzosa, fino a raggiungere un bellissimo pianoro, dove si trova un pittoresco, quanto palesemente disabitato villaggio; vale una foto, per cui mollo zaino e bastone, cerco la macchina fotografica e… click! Nel bel mezzo della mia foto c’è un ragazzino, che pare spuntato dal nulla; mi ha oltrepassata, e si allontana trascinandosi stancamente. Fatta finalmente la foto riprendo il cammino, e vengo raggiunta nonché superata, da una miriade di ragazzini, che come me disperano ormai di riuscire a raggiungere la meta, e l’acqua…
Mi sorpassano a piccoli gruppi, e ogni gruppo scambia qualche parola con me, che proseguo solitaria; vengo a sapere che sono in un campeggio giù a valle, e che questa è la loro prima gita.
Dopo 3 ore di “cammino” (si fa per dire), giungo ai piedi della diga; la attraverso e risalgo sul versante opposto, da dove un bellissimo ponte, mi riporterà sull’altro lato. Nel frattempo, i ragazzini continuano ad arrivare (ma quanti saranno?), anche se ce ne sono alcuni che sembrano più malconci di me; ne fermo due tra i più grandicelli, sui 15 anni, e chiedo loro di farmi una foto. Va bene tutto, ma dopo tanta fatica, vorrei avere almeno un ricordo, della mia gita solitaria!
Mi accontentano, poi mi salutano e proseguono; continuo anch’io, perché ho ancora la speranza che alla fine del ponte ci sia una fontana. La sete ormai si fa sentire parecchio; ma la mia è appunto solo una pia illusione, perché qui, intorno a un lago, non c’è un filo d’acqua…!
Costeggiata la sponda destra del lago, raggiungo la chiesetta, dove intendo fermarmi per mangiare e riposare un poco; lì sul prato ci sono tutti i ragazzini, una sessantina, che già rifocillati, stanno prendendo in giro a gran voce i ritardatari, tre disperati che barcollano ancora giù per il sentiero dietro di me; be’, in fin dei conti, non sono neppure arrivata ultima!
Mangio i miei panini e mi disseto con la frutta, poi una sigaretta e riparto; non voglio fare soste lunghe, perché visto il mio allenamento praticamente nullo, temo che non riuscirei più a continuare, dopo…
Decido di non tornare per la stessa strada, ma di continuare e salire in cima al passo, alla “finestra di Cignana”, per poi scendere sul versante opposto e tornare a casa. I cartelli indicano un’ora di cammino, per raggiungere la cima: vado.
Dopo una decina di minuti finalmente vedo una cascatella, che saltella allegramente tra i sassi; Acqua!
Era ora! Non so se è potabile, ma non mi interessa; butto tutto a terra e bevo. E’ buona e fresca, e mi riempio la borraccia; fatica inutile, perché scopro poco dopo che da lì in poi, ad ogni curva ne troverò una…
Il sentiero si srotola in mezzo a prati coloratissimi, e il profumo dei fiori è intenso; mi fermo di tanto in tanto per fare qualche foto (e per riprendere fiato), ma la cima è sempre più vicina.
Mi torna anche, inevitabile, il pensiero alla persona con cui a Cignana sarei dovuta andare; a tutto quello che è stato, a tutto il male che ci siamo fatti, e a come tutto è finito…
Termino l’ultimo tratto di salita, con un unico, confortante pensiero: dopo sarà tutta discesa!
Alla “finestra” mi concedo una pausa da “fumino”, e mi riempio gli occhi di questo paesaggio grandioso; poi comincio a scendere. Non c’è un’indicazione per Valtournenche, per cui opto per il sentiero che va verso Perreres, sperando di incrociarne prima o poi, uno che scenda più a sud, verso le “tre casette”, che sono il mio punto di riferimento.
Infatti, dopo un bel tratto lo trovo, semisepolto tra l’erba, ma che indubbiamente scende velocemente verso valle; lascio quello per Perreres, che prosegue dritto come un fuso, e vado giù. E’ davvero impervio, e lo perdo un paio di volte, ma lo ritrovo e continuo. Sbocco su una mulattiera, che però verso sud è interrotta e non mi resta altra alternativa che andare a nord. Scende dolcemente ondeggiando tra i boschi, ma mi viene un accidente quando, uscendo dal folto degli alberi, mi trovo faccia a faccia col Cervino. Immenso, stupendo, luccicante della neve fresca caduta ieri; ma purtroppo per me, troppo mostruosamente vicino!
Almeno, considerando il fatto che io dovevo andare esattamente dalla parte opposta…
Guardo giù, e mi accorgo con disperazione, di essere ben oltre Perreres, e molto molto più in alto…come è possibile?
In questo momento ho davvero paura; sono sola, stanca da morire, lontana anni luce da dove dovrei essere, ma soprattutto, col telefonino inesorabilmente muto; e qui non c’è anima viva.
Continuo a trascinarmi avanti, ma ormai i miei movimenti sono completamente scoordinati; mi è venuto un feroce mal di testa (da panico), e i miei piedi si intralciano tra loro. Inciampo un sasso si e uno no, vacillo, miracolosamente resto sempre in piedi; guardo ancora giù, e vedo ancora chilometri di bosco, tra me e la valle…mi viene da piangere, e piango e cammino, e cammino e piango.
Dopo un’ennesima curva, trovo l’indicazione di un sentiero, che lascia la mulattiera e torna verso sud; senza neppure fermarmi a pensare, mi ci tuffo e inizio a scendere, ora in modo più rapido (e ripido), attraverso un fitto bosco. Sembra che non finisca mai, ma poi a un tratto le vedo…le tre casette!
Grazie al cielo le ho ritrovate; ringrazio mentalmente tutti coloro ai quali, sempre mentalmente, avevo chiesto aiuto, Cervino compreso. So di avere ancora un sacco di strada da fare, ma almeno so dove mi trovo…
Giunta finalmente alle casette, mi concedo una pausa, mi fumo la mia sigaretta, e poi riprendo con un altro spirito, il cammino. All’alpe Tomaley mi ristoro alla fontana, mi riposo un poco e poi mi avventuro giù per il bosco, sulla scomodissima e faticosa scorciatoia, che mi riporterà giù più velocemente; quando i miei piedi toccano l’asfalto di Crepin, mi fanno male anche muscoli che neppure sapevo di avere….le gambe mi tremano, e il mal di testa ha raggiunto un livello da “allarme rosso”. Due secondi seduta sui gradini della chiesa, e poi avanti; mai, Crepin mi era sembrato così lungo da attraversare…
Gli ultimi metri prima di arrivare all’albergo li faccio per inerzia, nella mia mente un solo pensiero: levare le scarpe…….!

mercoledì 11 giugno 2008

Notte di Natale (di Fabrizio CASSINELLI)

Mancavano pochi giorni a Natale; la piccola Daniela non aveva ancora scritto la letterina a Babbo Natale, non perché fosse indecisa su cosa chiedergli, le sue richieste avrebbero riempito senza difficoltà il foglio bianco, ma..
Ma aveva scoperto la Verità. Una cruda Verità che cambiava il corso della sua vita: Babbo Natale non esisteva. Se non nei sogni e nei desideri dei bambini.
Il vecchio con la barba bianca e lo splendido vestito rosso era solo un’invenzione, per mascherare la Verità.
Pensò ai bambini che prima di lei avevano fatto la triste scoperta, vedendo mamma e papà mettere i doni sotto all’albero addobbato.
Come avevano reagito?
Dalla finestra della sua cameretta, la bimba guardò la sua immagine riflessa nel vetro, con i riccioli castani che cadendole sulle spalle incorniciavano il viso deluso.
La neve scendeva lenta e silenziosa a ricoprire il giardino che circondava la casa, incurante dell’esistenza di Babbo Natale.
La neve sapeva da sempre.
Daniela guardò il foglio bianco sul suo lettino, appoggiato su una coperta di lana, ricamata con il Grande Vecchio a bordo della sua slitta, trainata dalle renne, che solcava il cielo.
Una lacrima scese lungo le guance pallide.
Nel caminetto un ciocco di legno profumato scoppiettava, riscaldando la camera, ma non il cuore gelido della bambina.
Dal corridoio le giunse il vociare di Margot; velocemente asciugò le lacrime e si sedette alla scrivania, davanti a quel foglio che avrebbe desiderato scrivere, ma che, in quel momento rappresentava solo una sconfitta interiore.
La sorellina entrò in camera con la violenza dell’uragano e raggiunse Daniela, guardando la letterina ancora senza scritte.
«Non sai cosa chiedergli?»
Per un istante Daniela fu sul punto di scoppiare a piangere, raccontando tutto alla sorellina, ma riuscì a trattenersi.
«Ma piantala, è che vorrei tante cose e devo decidere.»
Margot uscì dalla camera, come era entrata; correndo.
Daniela scosse la testa guardandola e pensò a quanto fosse fortunata, non sapendo ancora la Verità..
Rigirò tra le mani la cannuccia d’avorio, con il presepe intagliato e il pennino d’oro, regalo dell’anno precedente, quando ancora pensava che Babbo Natale fosse sceso dal camino, lasciando i doni sotto l’abete, addobbato con le palline di vetro colorato.
Intinse il pennino nell’inchiostro blu e scrisse.
«Caro Babbo Natale, non so a chi sto scrivendo veramente. So che non esisti, ed è una brutta cosa, ma non dirò niente a Margot. Lei è ancora piccola, non voglio che soffra come me.
Avevo tante cose da chiederti, ma adesso a chi le chiedo?
Ciao.
Daniela»
Appoggiò il foglio di carta assorbente sulla letterina, asciugando l’inchiostro e la lacrima caduta sulla pagina incompleta, poi lo guardò sorridendo. Quelle poche righe avevano lo stesso colore della lacrima.
Piegò il foglio e lo inserì nella busta, senza scrivere l’indirizzo, sapendo che non sarebbe uscita di casa, quella lettera.
Scese nella grande sala, dove nel camino ardevano diversi ciocchi.
«Brava stupida, come farebbe Babbo Natale a scendere dal camino, con quel fuoco?»
Un altro colpo alla fasulla storia; sorrise alla mamma, che sul divano stava rammendando un vestito rosso.
«Hai scritto la tua letterina, amore?»
La voce della mamma, che, ignara della scoperta fatta dalla figlia, trasudava compiacimento per quel gioco, dove nulla sembrava essere più reale, suonò finta alle orecchie di Daniela.
«Sì.», fu la laconica risposta, la mancanza di entusiasmo era ben evidente. Le volte precedenti la bambina aveva svelato alla mamma le sue richieste; cosa che in quel momento non si sentiva di fare.
«C’è qualcosa che non va?»
«No, vado a giocare con Margot.»
Daniela appoggiò la letterina sotto l’albero, in modo che potesse accorgersi se fosse stata toccata da qualcuno, prima dell’arrivo del Babbo Natale.
Prima di andarsene prese un dolcetto dal vassoio al centro del grande tavolo di noce che a Natale sarebbe stato imbandito all’inverosimile e corse verso la stanza da dove proveniva la voce della sorellina, seguita dallo sguardo preoccupato della mamma.

Mezzanotte si stava avvicinando troppo velocemente per Daniela e troppo lentamente per Margot.
La cena della Vigilia era finita e la famiglia era riunita davanti all’albero e al Presepe, che il papà delle bambine aveva allestito con cura maniacale.
«Quando arriva Babbo Natale?»
Margot non stava più nella pelle. Daniela la guardò, provando un attimo di rabbia, ma nascose molto bene le sue emozioni.
«A mezzanotte, quando noi dormiamo; lo sai!»
La mamma capì in quel momento che Daniela sapeva.
«Fine della magia del Natale per lei. Troppo presto.»
Il piattino con il cibo e il bicchiere di vino rosso per Babbo Natale, oltre al fieno per Rudolph, rattristarono ancor di più Daniela.
«Chi mangerà il formaggio? E il fieno? Finirà nel camino?»
«Margot, andiamo a letto.»
Le bimbe salutarono mamma e papà, poi salirono di corsa le scale.

Quando fu sicura che le figlie stavano dormendo profondamente, la mamma prese le letterine e le aprì, leggendole insieme a suo marito.
Margot chiedeva una bambola per lei e una per la sorella, e che Babbo Natale proteggesse la sua famiglia. Ne aveva parlato per tanto tempo, delle due bambole, che non c’era bisogno di leggerlo sulla letterina ed erano state comprate in anticipo sul Natale.
Quello che lessero sulla lettera di Daniela, invece li lasciò di stucco.
«Prima o poi doveva succedere, cara.»
«Lo so, ma è brutto.»
I libri di avventure di cui Daniela parlava, erano comunque già in casa e li misero sotto all’abete, con le due bambole; poi anche i genitori andarono a dormire.
Al dodicesimo battito della pendola, Daniela aprì gli occhi, quasi spaventata. Era abituata a sentirne i rintocchi, al punto di non svegliarsi fino al suo solito orario, ma in quel momento sembrava che il suono non fosse il solito.
Si alzò, cercando di non svegliare Margot e uscì dalla camera.
Sentì suo padre russare e nient’altro.
A piedi nudi, per non far rumore, scese le scale; stranamente i gradini di legno non scricchiolarono.
La cosa le sembrò alquanto strana; giunta alla base della scala, si girò a guardarla: era la solita scala, uguale ad ogni volta che l’aveva salita e ridiscesa.
Si incamminò sul gelido pavimento verso il soggiorno, da cui proveniva il chiarore del fuoco nel camino, non ancora spento.
La sorpresa fu enorme, nel trovare, seduto sul divano, un uomo con la barba bianca e il vestito rosso, intento a mangiare il pane e il formaggio che avevano lasciato sul tavolo, ma la cosa che più le fece sgranare gli occhi per lo stupore fu la presenza di una stupenda renna, con il muso affondato nel fieno.
Daniela si diede un pizzicotto su una mano e sentì il dolore; era sveglia.
L’uomo si girò verso di lei e Rudolph si alzò a guardare la bambina sulla porta.
«Ciao Daniela, vieni, siediti qui, vicino a me.»
La bimba avanzò verso di lui, come se non potesse resistere al richiamo della voce.
«Ma tu, sei..»
«Babbo Natale; quello che pensavi ti avesse tradito. Eccomi qui, solo per te, per dirti che esisto.»
Daniela allungò timidamente una mano verso la barba, seguita dallo sguardo di Rudolph, che lasciò il fieno avvicinandosi al divano.
«E’ vera, tirala pure se vuoi.»
Daniela non andò oltre, resistette all’impulso.
L’uomo le accarezzò i capelli, e la baciò in fronte. La bimba si sentì pervadere da un calore che non proveniva dal camino.
Il muso di Rudolph era a pochi centimetri dal suo viso e il caldo fiato la riscaldava.
Il suo cuore aumentò i battiti, quando la renna le sfiorò una guancia; sentì il naso umido e subito dopo la lingua dell’animale. Per nulla spaventata apprezzò quel gesto, tenero di amicizia.
«Ma come fai con gli altri bambini?»
«Il tempo si ferma, anche se voi non ve ne accorgete. E io vado a trovarli tutti. Con qualcuno, come te, devo cercare di recuperare la fiducia in me, ma non è un problema. Finisco sempre il mio compito. Mi diverto, ingrasso qualche chilo, con tutto quello che mangio, ma alla fine sono felice, come lo sarai tu domani mattina.»
Rudolph diede un colpetto a Babbo Natale, facendogli segno che dovevano andare.
«Vedi, ci pensa lui a ricordarmi che devo riprendere il viaggio.»
Dal sacco appoggiato vicino al camino, il Vecchio prese due pacchettini e li appoggiò vicino ai doni che già erano sotto l’albero, poi si alzò e salutò la bimba.
L’ultimo rintocco della pendola svegliò Daniela. Si guardò intorno. Era nel suo letto e Margot dormiva profondamente.
Scese dal letto e uscì dalla camera.
Il russare di suo padre la fece trasalire.
Scese le scale, non riuscendo a non far scricchiolare i gradini.
Il fuoco nel camino era spento, ma la brace illuminava a sufficienza il soggiorno.
Si avvicinò al tavolo. Il piattino e il bicchiere erano vuoti.
Corse vicino al divano. Briciole di pane erano sparse per terra.
Corse all’albero. I doni erano lì, ma non le interessavano. Cercò i due pacchetti di carta rossa.
Il cuore cominciò a battere furiosamente quando li vide.
Ne prese uno e lo aprì.
Rimase a bocca aperta quando vide un Babbo Natale di peluche, poi avvertì il dolore alla mano sinistra.
Un livido nero in mezzo alla manina candida.
Si sentì quasi mancare, poi corse verso le scale.
«Margot, Margot, è arrivato!»


Samba pa Ti (di Daniela PROTTI)

Le persiane socchiuse, la stanza in penombra; non una voce fuori, nel cortile.
Nella quiete del pomeriggio estivo, nell’illusione di un fresco che non c’è, chiudo gli occhi….
La chitarra di Carlos Santana, mi riporta piano piano indietro nel tempo.
La mia stanza, il mio letto, i miei anni, non ci sono più; ho 15 anni, un improbabile mini-abito pantalone, e il terrore di trovarmi per la prima volta, in una sala da ballo.
Si, lo so che oggi si dice discoteca; ma allora no; allora si chiamava sala da ballo, e suonavano regolarmente 3 balli lenti e 3 “shake”.
Lo shake! Per una ragazzina timida come me, un incubo!
La musica, tassativamente “dal vivo”, aveva un volume sopportabile, e chi non ballava poteva anche permettersi il lusso di chiacchierare.
Nella mia compagnia, sono “la piccolina”, perché nonostante superi in statura tutte le mie amiche, sono la più giovane; e l’unica, che non è mai stata a ballare.
Mi guardo intorno frastornata, cercando di capire come funziona…
Il complesso inizia a suonare; è un complesso locale; si chiamano “Le pesche sciroppate”, e suonano canzoni di cantanti famosi. I ragazzi si alzano e cominciano a girare tra i tavoli, alla ricerca di una compagna di ballo.
Ad ogni educato “no grazie”, si rivolgono a quella seguente. Poverettti, eh? Pensandoci ora, neanche loro avevano vita facile! Chissà quanti “no grazie” hanno dovuto accettare, prima di riuscire ad accompagnare una ragazza sulla pista!
Ma intanto, la coda di ragazzi si avvicina pericolosamente al nostro tavolo; cosa faccio? Dove guardo? Le mie amiche, perfide, si godono lo spettacolo del mio imbarazzo; loro, che timide non sono affatto, non capiscono il mio sacrosanto terrore…
E mentre sono concentratissima a fissare le modanature del soffitto, sento una voce molto vicina, che mi dice: scusa, balli? Ma le modanature sono “troppo” importanti, così non rispondo…se ne andrà! No. Non se ne va. Continuo imperterrita a studiare i ghirigori, ma sento un tocco delicato sul braccio, e la solita voce: scusa, balli? ‘cidenti, devo proprio rispondere; per forza…sono una ragazza educata, io!
Mi volto, serafica, lo guardo e…BALLI? Guardo le amiche di sottecchi: se rifiuto non mi salvo più.
Va bene! Mi alzo, e lui mi fa strada sulla pista affollata…mi cinge alla vita, e io appoggio le mani sulle sue spalle…il punto più alto della sua testa mi arriva al naso…e stanno suonando “Samba pa ti”!
I musicisti ci mettono l’anima, ma Santana è un’altra cosa….e poi, c’è quella nota così stonata….
Ci metto un po’, prima di rendermi conto che la nota stonata è il campanello di casa, che suona all’impazzata; schizzo giù dal letto, e corro ad aprire…
Mamma, ma dov’eri? Perché non rispondevi? Mi hai fatto preoccupare!
Dov’ero, dov’ero…ero a ballare!


Gita al lago (di Daniela PROTTI)

Arriviamo a Stresa nel primo pomeriggio; il traffico è praticamente inesistente, e la giornata è splendida.
Parcheggiata l’auto a pochi metri dal lago, mi affaccio alla balaustra, per godermi lo spettacolo…
Migliaia di stelle dorate, luccicano sull’acqua, dove qualche placido gabbiano dondola dolcemente, appollaiato su una boa.
Al di là del maestoso cancello, ottenuti i nostri biglietti da una cassiera probabilmente seccata dal fatto di doversene rimanere intrappolata lì tutto il pomeriggio, imbocchiamo il viale, che salendo dolcemente, ci porterà nel cuore del parco.
La primavera qui, è un’ esplosione di colori; fiori di centinaia di specie diverse, mescolano il loro profumo a quello del sottobosco; una cascatella gorgoglia allegramente, saltellando sulle rocce, e a mio marito e a me, sembra per un attimo di essere sulle nostre montagne, nel posto che noi abbiamo sempre chiamato “casa”.
Risalendo pian piano la collina, ci fermiamo di tanto in tanto per guardare il lago Maggiore, che da qui ci offre un panorama idilliaco, e per fotografare i fiori; anche se la nostra macchina fotografica, non sembra essere all’altezza di ciò che le chiediamo.
Ci sono alberi altissimi, che attraggono la mia attenzione; ufficialmente: perché in realtà mi sono fermata a riprendere fiato… ahimè, i chili che ho messo quest’ inverno si fanno sentire… comunque leggiamo che si tratta di “Tulipiferi”; nome che ci è totalmente sconosciuto, ma che si presta facilmente ad eventuali giochi di parole, perché scopriamo che questo tipo di albero, viene usato per la costruzione di strumenti musicali.
Dopo un po’, ci troviamo davanti ad un cancelletto girevole, che attraversiamo; da qui in avanti, incontreremo gli animali.
I daini hanno ancora la “tenuta” invernale; il loro manto è ancora chiarissimo, ma a poco a poco tornerà ad essere del color marrone “estivo”. Ci fermiamo davanti ad una gabbia, all’ interno della quale, un orsetto lavatore cerca incessantemente una via d’uscita; deve essere terribile, per lui, essere relegato lì dentro…
Poco più avanti, vediamo un castoro, placidamente addormentato nella sua tana; e mentre lui dorme, i suoi dentini continuano meccanicamente a rosicchiare! E’ tenerissimo da vedere, e ci piacerebbe poterlo accarezzare….
Ovviamente, il signor Castoro ha una consorte, che mentre il marito dorme, fa tranquillamente colazione…
Le donne, si sa, sono più dinamiche!
Lungo il nostro cammino, abbiamo modo di “incontrare” anche qualche canguro, che non si degna di fare neanche un saltellino (antipatico, cosa gli costa?), e due o tre struzzi; sarà che non c’ è Will Coyote, ma anche loro si limitano a passeggiare pomposamente…
Arrivati alle serre, il profumo del lillà ci inebria; è delizioso….e invisibile! Ma i giardinieri, qui si sono sbizzarriti, e lo spettacolo delle aiuole è meraviglioso.
Dopo una “pausa gelato”, riprendiamo il nostro cammino; piano piano torniamo a scendere dalla collina verso il lago, il parcheggio, e la nostra macchina, che ci aspetta comoda e calda… sotto il sole…!


sabato 7 giugno 2008

La macchia di Nulla (di Daniela PROTTI)

Ho sempre sostenuto si trattasse di vigliaccheria.
Ho sempre pensato che bisogna rialzarsi e riprovare, ogni maledettissima volta.
Ho sempre detto: troppo comodo, mollare tutto e via….
Mi sbagliavo.
Potrebbe trattarsi di Infelicità. Una forma purissima e letale di Infelicità.
Oh, non quella che ti piomba addosso come una randellata e ti fa stramazzare a terra, no.
Da quella ti puoi difendere, ti puoi rialzare e combattere.
Quella più furba; che ti si annida da qualche parte dentro, come una macchia di Nulla, che piano piano fa sparire tutto, mentre scivola dal cuore alla testa, dalla testa al cuore.
E dietro di sè, non lascia niente, solo il Nulla.
Ma non te ne accorgi subito, no. Piangi, gridi, provi ancora, ti aggrappi a qualsiasi cosa, ma non ce la fai; e allora cerchi dentro, e scopri che non c’è più niente. Non è rimasto niente, ma il Nulla dentro di te pesa come un macigno. Gonfio della tua vita, l’ha trasformata in pura essenza di Infelicità. Ti obbliga a trascinarlo con te, e tu non riesci più ad alzarti, a muoverti, a vivere.
Ci provi ancora, in tutti i modi, ma la macchia di Nulla non viene via, non si cancella, e non ti restituisce la tua anima.
E’ allora, che ci pensi…un Nulla in cambio di un altro…non sarà mai peggio di questo…
Splash!